

Nella giornata di venerdì 22 maggio si è svolto presso il Centro Sociale Brancaleone un primo momento di discussione promosso dal Dipartimento Economia Lavoro e dal Circolo Lavoro di Sinistra Italiana Roma-Area Metropolitana per mettere a confronto esperienze e idee per una opposizione intransigente all’economia di guerra. (qui la registrazione integrale https://www.youtube.com/watch?v=t0V5v1UF4Oo )
Una opposizione che veda in prima linea le lavoratrici e i lavoratori e le loro organizzazioni per riconvertire le spese militari e le produzioni di morte e per fermare la finanza armata, verso un modello di sviluppo centrato sul progresso sociale e civile.
La discussione ha preso le mosse dal Ricorso Civile al Tribunale di Roma per complicità in crimini di guerra presentato da un cartello di associazioni pacifiste e per i diritti umani (tra cui Un Ponte Per, Pax Christi, Arci e Assopace Palestina) per ottenere la nullità di tutti i contratti in essere tra Leonardo S.p.A. e le sue controllate per la vendita e fornitura di armi allo stato genocida e coloniale di Israele, fondata sulla violazione della legge italiana 185/1990 e della Costituzione.
Il contributo di Giulia Torrini, Presidente di Un Ponte per e titolare dell’atto ha incanalato la discussione nella giusta direzione perché la radicalità di quella iniziativa rappresenta un vero spartiacque delle coscienze: non si può essere un po’ complici e un po’ no. Non si è complici o lo si è.
Le lavoratrici e i lavoratori possono costruire insieme una prospettiva di riconversione dell’economia di guerra se stabiliscono senza esitazioni che complici non lo saranno mai, né con le azioni né con il silenzio omertoso.
Certamente i pronunciamenti finora disattesi della Corte Penale Internazionale e della Corte di Giustizia Internazionale stanno a testimoniare che ormai il principio della forza prevale decisamente sul principio della coesistenza pacifica e della solidarietà tra i popoli e che “il diritto internazionale vale, ma fino a un certo punto” non è una solo locuzione infelice e tragicomica, ma la costatazione di una amara realtà di fatto.
Deve essere la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori per la pace tra gli oppressi, in tutte le sue molteplici forme, a invertire la tendenza.
Bisogna innanzitutto essere consapevoli che il 2025 si è chiuso con il record storico di spesa mondiale per armamenti e che il governo Meloni ha rilasciato il maggior numero di autorizzazioni all’esportazione di armi mai registrato nella storia, nonostante il moltiplicarsi di conflitti militari nel mondo, o più probabilmente proprio a causa di ciò.
Secondo il Bulletin of the Atomic Scientists nel 2026 il posizionamento del Doomsday Clock, l’“Orologio dell’Apocalisse”, è a 85 secondi dalla mezzanotte mentre l’anno precedente era posizionato sugli 89 secondi. Non ci pare proprio il caso di andare a dormire!
Non bisogna altresì nascondersi che l’iniziativa di classe su questo terreno oggi è assolutamente insufficiente e che la classe lavoratrice è stretta tra il ricatto dei bisogni sopra la morale da un lato e dall’altro la deterrenza del potere disciplinare delle imprese, della libertà di licenziare, delle leggi liberticide sul diritto di sciopero e sul diritto di manifestare introdotte dai vari decreti sicurezza che hanno già prodotto centinaia di denunce.
Sembrano lontani ricordi tanti successi realizzati con la lotta.
La Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (BS) nei primi anni ’90 era leader del settore delle produzioni belliche, forte di 9 milioni di ordigni venduti in Iraq durante la prima guerra. Fu la presa di coscienza di 40 operaie pagate 800mila lire al mese che portò alla moratoria della produzione a seguito degli scioperi ripetuti e poi del blocco a oltranza della produzione, sostenute dalla valorosa Camera del Lavoro di Brescia e dall’indimenticato compagno Gino Strada. Oggi la nuova Valsella Meccanotecnica Spa è un’azienda di engineering e di servizi nel settore auto con 100 progettisti tra Brescia e Torino.
Nel 1993 il Comitato dei cassaintegrati Aermacchi di Tradate (VA) ottenne la creazione di un’Agenzia regionale lombarda per la riconversione, che opererà fino all’insediamento di una giunta di centro-destra. La vertenza prese le mosse a opera di un gruppo di lavoratori che aveva denunciato la violazione dell’embargo alla vendita di aerei al Sudafrica e lanciato l’obiezione professionale alla produzione di armi chiedendo la riconversione ad attività industriali con finalità civili e poi proseguì con lo sciopero della fame dei cassaintegrati – nel mezzo della prima guerra del Golfo – per «coniugare diritto al lavoro e diritto alla pace».
L’attuale ciclo di lotte contro le produzioni di morte non è così avanzato come allora infatti ancora non sta producendo risultati acquisitivi, ma la capacità di iniziativa è comunque presente e diffusa a vari livelli di maturità e può e deve crescere.
Vi sono appelli alla riconversione civile e all’obiezione di coscienza dagli Enti Pubblici di Ricerca, dalle Università, dalla stessa Leonardo (per l’interruzione delle forniture allo stato genocida di Israele). Vi sono campagne di solidarietà materiale della Cgil anche con La Via Maestra e da altri sindacati di base. Ma vi sono anche mobilitazioni ben riuscite come quelle degli scioperi generali dell’autunno scorso che hanno visto impegnati la Cgil insieme a tutti i sindacati di base. Il 18 maggio c’è stato un nuovo sciopero generale proclamato dall’ USB, e il 29 maggio ce ne sarà un altro indetto dagli altri sindacati di base, sempre contro l’economia di guerra, per abbassare le armi e alzare i salari.
La rete dei Portuali è una avanguardia reale di questo movimento che, a partire da Genova, ha avviato il blocco del transito di armi che si è via via esteso a Livorno e poi agli altri porti italiani. E’ al porto di Genova che nasce la parola d’ordine Blocchiamo tutto. Il fronte dei porti è diventato internazionale: il 6 febbraio 21 porti europei, nordafricani e italiani hanno scioperato insieme contro la guerra e oggi altri porti internazionali cominciano a coordinarsi per proseguire con gli scioperi e con l’azione diretta per bloccare i container di armi in transito.
Il racconto di Riccardo Petrarolo, sindacalista USB del porto di Civitavecchia è stato una testimonianza viva di questa esperienza.
A volte l’insufficiente capacità media di organizzazione e di iniziativa all’interno dei luoghi di lavoro viene compensata dalle lotte nel territorio.
Il Comitato di Cittadini di Domusnovas diede vita al progetto Warfree, una Rete di Imprenditori, tra i quali una Cooperativa giovanile, Commercianti e Professionisti per la Pace e per la Transizione Ecologica, per supportare le imprese ecosostenibili ed etiche della Sardegna e chiedere la riconversione della Rwm. Questa mobilitazione dal territorio ha prodotto prima la sospensione e poi la revoca definitiva delle autorizzazioni concesse per l’esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti.
La proprietaria Rheinmetall ha riposto con la rappresaglia nei confronti dei lavoratori attuata mediante cassintegrazione e mancato rinnovo dei contratti a termine. Tuttavia nel 2021 il numero di addetti stabilmente occupati nella rete Warfree ha superato quello dei dipendenti a tempo indeterminato della fabbrica di mine e droni killer richiesti da Israele.
Una reale esperienza, dunque, di riconversione dal basso e di contro-economia.
Il 27 maggio si riunirà la Camera di Consiglio del TAR della Sardegna per esaminare il ricorso di Stop RWM contro l’ampliamento dello stabilimento per la produzione di droni killer.
Ancora negli anni ’90 l’ingegner Vito Alfieri Fontana proprietario della Tecnovar, produttrice e esportatrice di mine antiuomo, abbandonò l’azienda di famiglia per dedicarsi allo sminamento dei Balcani divenendo anche capo missione di diversi progetti umanitari tra il 1999 e il 2016. Racconta la propria storia edificante nel libro “Ero l’uomo della guerra, La mia vita da fabbricante di armi a sminatore”.
Invece quello della Winchester di Anagni, come ha spiegato Marta Morini della Rete No War della Valle del Sacco, è un caso di “riconversione al contrario”, infatti il piano industriale della proprietà franco-tedesca KNDS punta a passare dallo smaltimento di esplosivi e munizioni scaduti (la “demilitarizzazione”) alla produzione di munizioni di artiglieria a base di nitrogelatina in raccordo con lo stabilimento di Colleferro.
Evidentemente nel contesto internazionale attuale esplosivi e munizioni non arrivano più a scadenza, invece cresce la domanda di forniture, e questo è un segno inquietante dei tempi.
E’ necessario che questa vertenza non conti soltanto sulle forze della comunità locale, ma abbia la solidarietà attiva di tutte le forze disponibili per diventare una vertenza generale.
Le lavoratrici e i lavoratori e tutti gli strati proletari pagano l’economia di guerra con i propri sacrifici. La pagano con il taglio alle spese per i servizi sociali, la previdenza, la ricerca scientifica per scopi civili, la cultura, l’istruzione, il lavoro, per sostenere l’incremento delle spese militari. La pagano con il carovita da costi energetici e da speculazioni: Federconsumatori stima la perdita di potere d’acquisto dei salari in 1225 euro l’anno medi a famiglia che vanno a gravare prevalentemente sui generi di prima necessità. La pagano anche con la limitazione della libertà d’espressione e degli spazi democratici.
Monica Di Sisto di Sbilanciamoci e Marco Bersani di Attac Italia hanno prospettato politiche di bilancio radicalmente alternative a quelle congeniali ai poteri finanziari sovranazionali sia negli orientamenti di spesa sia nel reperimento delle risorse.
Ma non si sono limitati alla mera elencazione delle cose da fare, hanno anche stimolato un ragionamento anche sul come fare.
C’è un risveglio transnazionale della coscienza antimilitarista e anticolonialista che ha messo in campo soggetti e iniziative dal basso.
Stop Rearm Europe raccoglie oltre 500 associazioni di vario orientamento contro il piano di riarmo europeo da 800 miliardi. No Kings è una rete transcontinentale capace di legare Minneapolis a Roma. Le Flotille di mare e di terra, il Convoy to Cuba sono movimenti reali di solidarietà materiale, ma anche di occupazione di uno spazio politico che i parlamenti, gli stessi governi e la diplomazia, con la fine del multilateralismo e l’esautorazione assoluta dell’ONU, non sono più in grado di occupare.
Dal basso si sviluppano campagne per dare gambe alle idee: contro le agevolazioni all’esportazione di Armi spacciate per semplificazioni al commercio ( https://retepacedisarmo.org/2026/semplificazione-a-favore-dellindustria-bellica-lue-vuole-indebolire-i-controlli-sullexport-di-armi/ ; https://retepacedisarmo.org/petizione-legge185/), per tassare gli extraprofitti delle imprese militari e produttrici di combustibili fossili a favore della riconversione green e sociale ( https://retepacedisarmo.org/2026/associazioni-ambientaliste-e-pacifiste-al-governo-tassare-i-profitti-di-industrie-fossili-e-militari-per-finanziare-sanita-pubblica-welfare-transizione-energetica/ ), per impedire le importazioni dalle colonie israeliane in Cisgiordania ( https://stop-insediamenti.it/ ) . E giù a scendere fino alla petizione per chiedere al comune di Roma di interrompere i rapporti di Farmacap e Acea con le israeliane Teva e Mekerot e le loro partecipate.
Ma ci sono anche importanti iniziative nelle sedi istituzionali, benché minoritarie, di denuncia politica, di chiamata di responsabilità, di coerenza istituzionale. C’è la campagna “Justice for Palestine” ( https://eci.ec.europa.eu/055/public/#/screen/home ), partita dal parlamento europeo, che ha superato ben presto il milione di firme per chiedere alla Commissione Europea la sospensione totale dell’Accordo di Associazione UE-Israele per violazioni del diritto umanitario. Ci sono anche iniziative maggioritarie rese inefficaci dall’infima minoranza di potenti. In sede Onu ci sono 156 paesi che votano contro l’impiego delle c.d. “armi autonome”, ovvero l’AI applicata ai sistemi d’arma, con soli 5 contrari e 8 astenuti e ce ne sono 158 su 193 che riconoscono lo stato di Palestina.
Gli interventi di Franco Pallone, di Luca Blasi, di Silvana Pisa, di Gianluca Peciola hanno affrontato le diverse forme di espressione, i diversi gradi di coscienza e i possibili livelli di intervento contro i preparativi di guerra per delineare una prospettiva generale di pace tra i popoli e di giustizia sociale e ambientale.
Al di fuori di questa prospettiva politica e programmatica generale le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori per un modello di sviluppo centrato sul progresso sociale e civile, per la riconversione delle produzioni di morte e contro il mercato delle armi rischiano di essere vane come le fatiche di Sisifo.
Si può accedere alla registrazione integrale degli interventi con questo link https://www.youtube.com/watch?v=t0V5v1UF4Oo
Continuiamo a discutere e a lavorare per la pace tra i popoli, contro le produzioni di morte, le spese militari, la finanza armata e il silenzio complice.
Buon vento
